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sabato 13 settembre 2014

Dedicato a Chi Condanna le Rivoluzioni

Uno dei miei capitoletti preferiti de "I Miserabili" di Victor Hugo.

Qualche tempo dopo la data della lettera che abbiamo letto nelle pagine precedenti, il vescovo fece una cosa, al dire di tutta la città, assai più rischiosa della sua passeggiata nella montagna dei banditi.
C'era presso Digne, nella campagna, un uomo che viveva in solitudine. Quest'uomo, diciamo subito la gran parola, era stato un membro della Convenzione. Si chiamava G. Nel piccolo mondo di Digne si parlava di G. membro della Convenzione, con una specie di orrore. uno della Convenzione! Ve lo immaginate? Roba di quei tempi in cui si davano del tu e si chiamavano cittadino. Una specie di mostro! Non aveva votato la morte del re, ma quasi. Era quasi un regicida. Era stato terribile. Come mai, al ritorno dei re legittimi, quell'uomo non era stato condotto davanti a un tribunale straordinario? Se anche non gli si fosse tagliata la testa, perché la clemenza è una bella cosa, un bell'esilio a vita gli sarebbe stato bene, e sarebbe anche servito di esempio!... E poi era un ateo come tutta quella gente là, ecc... ecc... - Insomma le solite ciarle delle oche sull'avvoltoio.
Ma era poi un avvoltoio quel G.? A giudicare dalla fierezza della sua solitudine dobbiamo credere di sì. Ma non avendo votato per la morte del re, non era stato compreso nel decreto d'esilio e aveva potuto rimanere in Francia.
Abitava a tre quarti d'ora dalla città, lontano dall'abitato, fuori da ogni strada, in un angolo sperduto di una vallata selvaggia. E là si diceva che avesse una specie di campo, una capanna, un riparo. Niente vicini né passanti. Si parlava di quel luogo come della casa del boia. Tuttavia il vescovo ci pensava, e di tanto in tanto, guardando l'orizzonte nel punto in cui un ciuffo di alberi segnava la forra del vecchio membro della Convenzione, diceva: <<Là c'è un'anima che è sola>>.
E nel fondo del suo pensiero soggiungeva: <<Io gli devo una visita>>.
Ma, confessiamolo pure, questa idea, che alle prime gli sembrava naturale, dopo un momento di riflessione gli appariva impossibile e quasi ripugnante. Perché in fondo egli condivideva l'impressione generale e il membro della Convenzione gli ispirava, senza che se ne rendesse chiaramente conto, quel sentimento che è come la frontiera dell'odio e che è ben espresso dalla parola repulsione.
Ma la scabbia dell'agnello deve forse far fuggire il pastore? No... Ma che razza di agnello, però!
Il buon vescovo era perplesso. Qualche volta si dirigeva da quella parte, ma poi ritornava sui suoi passi.
Un giorno si sparse finalmente per la città la voce che una specie di giovane mandriano che serviva il membro della convenzione nella sua tana, era venuto a cercare un medico; il vecchio scellerato moriva di paralisi e forse non avrebbe passato la notte. E qualcuno commentava: <<Grazie a Dio>>.
Il vescovo prese il suo bastone, coprì la sua tonaca logora col suo solito mantello, anche perché il vento fresco della sera non avrebbe tardato a soffiare, e uscì.
Il sole tramontava ed era ormai quasi all'orizzonte quando il vescovo giunse al luogo scomunicato. Riconobbe, non senza un certo batticuore d'essere vicino alla tana. Scavalcò un fosso, attraversò una siepe, passò una staccionata, entrò in un cortile abbandonato, fece qualche passo molto coraggiosamente, e tutto a un tratto in fondo al terreno incolto, dietro un grosso cespuglio, scoprì la caverna.
Era una capanna bassa, poverissima, piccola ma pulita, con una pergola nel terreno incolto, sul davanti.
Davanti alla porta, in una vecchia poltrona a rotelle da contadini, stava seduto un uomo dai capelli bianchi che sorrideva al sole.
Lì vicino, stava un ragazzo, il pastorello, e porgeva al vecchio una tazza di latte.
Mentre il vescovo guardava, il vecchio parlò e disse: <<Grazie; non ho più bisogno di nulla>>. E il suo sorriso lasciò il sole per fermarsi sul ragazzo.
Il vescovo si fece avanti. Al rumore che fece camminando, il vecchio girò il capo e il suo viso espresse tutta la sorpresa ancora possibile dopo una lunga vita.
<<Da che sono qua, questa è la prima volta che qualcuno viene da me. Chi siete, signore?>>
Il vescovo rispose:
<<Mi chiamo Bienvenu Myriel>>.
<<Bienvenu Myriel! Ho già sentito il vostro nome. Siete voi quello che il popolo chiama monsignor Bienvenu?>>
<<Sono io.>>
Il vecchio riprese con un mezzo sorriso:
<<Allora voi sareste il mio vescovo?>>
<<Un poco.>>
<<Entrate pure.>>
Il membro della Convenzione tese la mano al vescovo, ma il vescovo non la prese e si limitò a dire:
<<Sono lieto di vedere che mi avevano ingannato. Non mi sembra siate ammalato>>.
<<Oh!>>, rispose il vecchio, <<sono vicino a guarire.>>
E dopo una pausa soggiunse:
<<Morirò fra tre ore>>.
Poi riprese:
<<Sono un po' medico: so come viene l'ultima ora. Ieri erano freddi soltanto i piedi; oggi il freddo ha passato le ginocchia e lo sento salire verso la cintola; quando sarà al cuore, mi fermerò. il sole è bello, vero? Mi sono fatto trascinare qua fuori per dare un ultimo sguardo alle cose. Potete parlarmi: non mi affatica. Avete fatto bene a venire a vedere un uomo che muore. E' bene che un tale momento abbia dei testimoni. Si hanno delle strane manie alle volte: io ci avrei tenuto ad arrivare all'alba. Ma so che ne ho per tre ore soltanto. Sarà notte. in fondo, poco male, Finire è una cosa semplicissima; non c'è bisogno di vederci; basterà la luce delle stelle>>.
Il vecchio si volse al pastorello e disse:
<<Tu va a dormire. Hai vegliato la notte passata. Sei stanco.>>.
Il ragazzo entrò nella capanna; e il vecchio lo seguì con gli occhi; poi disse come parlando tra sé: <<Mentre lui dormirà, io morirò. I due sonni possono essere buoni compagni>>.
il vescovo non era commosso come si potrebbe credere. Non gli pareva di sentire Dio in quel modo di morire. Diciamolo pure, giacché le piccole contraddizioni dei grandi cuori devono essere notate come il resto: lui, che all'occorrenza sapeva ridere volentieri della sua grandezza, era un po' seccato di non essere chiamato monsignore, ed era quasi tentato di chiamare quell'uomo: cittadino. Gli venne da usare quella famigliarità burbera che è così comune ai medici e ai preti ma che invece era tutt'altro che facile vedere in lui. Quell'uomo dopo tutto, quel membro della Convenzione, quel rappresentante del popolo era stato un potente della terra, e il vescovo, per la prima volta forse in vita sua, sentì la voglia di essere severo.
Il membro della Convenzione intanto lo considerava con una cordialità rispettosa, nella quale forse si sarebbe potuto trovare anche un po'  dell'umiltà che accompagna chi è prossimo a diventare polvere.
Il vescovo, dal canto suo, benché di solito si guardasse dalla curiosità, che secondo lui rasentava l'offesa, non poteva tenersi dall'osservare il membro della Convenzione con un'attenzione poco simpatica di cui si sarebbe aspramente rimproverato usandola verso qualunque altro suo simile. Ma un membro della Convenzione gli faceva un po' l'effetto di essere fuori dalla legge, perfino fuori dalla legge di carità.
g., calmo, col busto quasi eretto, la voce vibrante, era uno di quei fieri ottuagenari che fanno meravigliare i fisiologi. La rivoluzione ha avuto molti di questi uomini, proporzionati al tempo. Si sentiva in quel vecchio l'uomo alla prova. Così vicino alla fine, aveva conservato tutti i gesti della salute. Nella sua occhiata chiara, nel suo accento fermo, nei robusti movimenti delle sue spalle c'era di che sconcertare la morte. Azrael, l'angelo maomettano del sepolcro, sarebbe ritornato indietro e avrebbe certo creduto di aver sbagliato parte. G. sembrava morire perché così gli piaceva. C'era della libertà nella sua agonia. Le gambe sole erano immobili: la morte lo teneva lì.
I piedi erano morti e freddi, ma la testa era viva, in tutta la pienezza della sua potenza, e pareva piena di luce. G., in quel grave momento, assomigliava a quel re della favola, mezzo di carne e mezzo di marmo.


C'era un sasso lì vicino; il vescovo ci si sedette sopra e incominciò ex abrupto:
<<Mi congratulo con voi>>, disse con accento di rimprovero, <<almeno non avete votato la morte del re>>.
Il convenzionale non parve notare il sottinteso amaro nascosto in quella parola: almeno. E rispose:
<<Non vi congratulate troppo, signore: ho votato la fine del tiranno.>>
Austerità contro severità.
<<Che volete dire?>>, domandò il vescovo.
<<Voglio dire che l'uomo ha un tiranno, l'ignoranza. Ho votato la fine di questo tiranno. E' lui che ha generato la monarchia, che è l'autorità cercata nel falso, mentre la scienza è l'autorità cercata nel vero. L'uomo deve essere governato dalla scienza.>>
<<E dalla coscienza>>, aggiunse il vescovo.
<<E' la stessa cosa. La coscienza è una certa quantità di scienza innata che possediamo in noi stessi.>>
Monsignor Bienvenu ascoltava, un po' meravigliato, questo linguaggio molto nuovo per lui.
Il membro della Convenzione proseguì.
<<Quanto a Luigi XVI, ho votato no. Non mi credo in diritto di uccidere un uomo; ma di sterminare il male, sì, è un dovere. E ho votato la fine del tiranno, ovvero la fine della prostituzione per la donna, la fine della schiavitù per l'uomo, la fine dell'ignoranza per il bambino. Votando per la Repubblica ho votato questo. Ho votato la fraternità, la concordia, l'aurora! Ho dato mano alla caduta dei pregiudizi e degli errori. Il crollo dei pregiudizi e degli errori produce la luce. Abbiamo fatto crollare il vecchio mondo, noi, e il vecchio mondo, vaso di miserie, rovesciandosi sul genere umano è divenuto un'urna di gioia.>>
<<Gioia confusionaria>>, disse il vescovo.
<<Potrete dire gioia intorbidata, e oggi, dopo quel fatale ritorno del passato che si chiama 1814, gioia scomparsa. Purtroppo l'opera è stata incompiuta, ne convengo; abbiamo demolito l'antico regime nei fatti, ma non l'abbiamo potuto sopprimere del tutto nelle idee. Distruggere un abuso non basta; bisogna modificare i costumi. Il mulino non c'è più, ma il vento è rimasto.>>
<<Avete demolito, sì; e demolire può essere utile; io diffido però di una demolizione complicata dalla collera.>>
<<Il diritto ha la sua collera, signor vescovo, e la collera del diritto è un elemento di progresso. Si dica quel che si vuole, la Rivoluzione francese è il più potente passo del genere umano dopo l'avvento di Cristo. Incompiuto fin che volete, ma sublime. Ha risolto tutte le incognite sociali. Ha addolcito gli animi, ha calmato, pacificato, rischiarato: ha fatto correre sulla terra onde di civiltà. E'stata buona. La Rivoluzione francese è la consacrazione dell'umanità.>>
Il vescovo non poté trattenersi dal mormorare:
<<Sì?... il '93!>>.
Il membro della Convenzione si drizzò nella sua seggiola con una solennità quasi lugubre, e per quanto può gridare un moribondo, gridò:
<<Ah! Eccoci al '93! Me l'aspettavo! Una nube s'è ingrossata per millecinquecento anni, e dopo la bellezza di quindici secoli è scoppiata. E voi fate il processo al fulmine>>.
Senza nemmeno confessarselo, il vescovo, si sentì in qualche modo colpito. Ma si controllò, e rispose:
<<Il giudice parla in nome della giustizia, il prete parla in nome della pietà, la quale altro non è se non una giustizia più elevata. Il fulmine non deve sbagliare, cadendo>>.
E soggiunse guardando fisso il membro della Convenzione:
<<Luigi XVII?>>.
Il membro della Convenzione stese la mano e afferrò il braccio del vescovo:
<<Ebbene, Luigi XVII! Vediamo: su chi piangete? Sul bambino innocente? Allora piango con voi. Oppure sul rampollo reale? In questo caso riflettete. Per me il fratello di Cartouche, fanciullo innocente appeso per le ascelle in Place del la Grève fino a che ne seguì la morte, non mi fa piangere meno del nipote di Luigi XV fanciullo innocente anch'esso, martirizzato nella torre del Temple per il solo delitto di essere stato nipote di Luigi XV>>.
Non mi piace vedere accostati certi nomi", disse il vescovo.
<<Cartouche? Luigi XV? Per quale dei due reclamate?>>
Ci fu un momento di silenzio in cui il vescovo si pentì quasi di essere venuto mentre tuttavia si sentiva stranamente scosso.
Il membro della Convenzione riprese:
<<Ah, signor sacerdote, a voi non piacciono le crudezze della verità. A Cristo invece piacevano: prendeva la frusta per ripulire il tempio: la sua frusta piena di lampi era una fiera testimone di verità. E quando gridava: Sinite parvulos, non faceva certo nessuna distinzione tra i fanciulli. Non si sarebbe dato nessun pensiero di veder vicini il delfino di Barabba e il delfino di Erode. L'innocenza è una corona da se stessa; non gli serve nessuna 'Altezza', è augusta tra gli stracci come tra i gigli di Francia>>.
<<E' vero>>, mormorò a bassa voce il vescovo.
<<Non basta>>, continuò il membro della Convenzione; <<voi avete nominato Luigi XVII. Intendiamoci. Piangiamo su tutti gli innocenti, su tutti i martiri, su tutti i fanciulli, su quelli del popolo come su quelli nobili? Ci sto anch'io: ma allora, ve l'ho detto, bisogna risalire più in alto del '93 e bisogna cominciare a piangere molto prima di Luigi XVII. Io piangerò sui figli dei re con voi, purché voi piangiate con me sui figli del popolo.>>
<<Piango su tutti>>, disse il vescovo.
<<Ugualmente!>>, gridò G., <<E se la bilancia deve pendere da una parte, sia dalla parte del popolo. E' più tempo che soffre.>>


Ci fu ancora silenzio. Il membro della Convenzione lo ruppe. Si sollevò su un gomito, si prese tra il pollice e l'indice ripiegato un pizzico della guancia come si fa macchinalmente quando si interroga e si giudica, e si rivolse al vescovo con uno sguardo in cui raccolse tutte le energie della sua agonia.
Fu quasi un'esplosione:
<<Sì signore, è molto tempo che il popolo soffre. Ma poi, lasciamo da parte questo: voi che venite a interrogarmi su Luigi XVII, chi siete? Io non vi conosco. Da che sono in questo paese, sono vissuto qua dentro, solo senza mettere piede fuori, non vedendo nessuno all'infuori di questo ragazzo che mi aiuta. M'è arrivato confusamente il vostro nome, questo è vero, e, devo dirlo, m'è arrivato con rispetto, ma questo non significa nulla; la gente abile ha tante maniere di ingannare quel bonaccione che è il popolo. A proposito, non ho udito il rumore della vostra carrozza; l'avrete certo lasciata laggiù dietro il bosco, al bivio. Io non vi conosco, ripeto. Avete detto che siete il vescovo ma questo non mi dice nulla della vostra persona morale. in conclusione, e vi ripeto la domanda: Chi siete? Siete un vescovo, cioè un principe della Chiesa, uno di quegli uomini dorati, stemmati, ricchi, che si godono grasse prebende... il vescovo di Digne, credo, quindicimila franchi fissi, diecimila franchi di straordinari, totale venticinquemila franchi... uno di quegli uomini che hanno una splendida cucina, delle livree, e banchettano, e mangiano gallinelle il venerdì, che si pavoneggiano, con servi davanti e servi di dietro in berlina di gala e che hanno palazzi e vanno in carrozza in nome di Cristo che andava a piedi nudi! Siete un prelato; avrete rendite, palazzi, cavalli, servi, buona tavola, tutti i beni della vita, avrete tutto questo come gli altri, e come gli altri ne godrete, e va bene: ma questo dice molto e non dice abbastanza; questo non mi illumina sul vostro valore intrinseco ed essenziale: voi venite con la probabile pretesa di portarmi della saggezza, e io vi domando: Chi siete?>>
Il vescovo abbassò la testa e rispose:
<<Vermis sum>>.
<<Un verme in carrozza!>>, brontolò il membro della Convenzione. Ora toccava al membro della Convenzione essere altero, e al vescovo essere umile.
Il vescovo riprese con dolcezza:
<<Sia pure, signore. Ma spiegatemi in che modo la mia carrozza che è là dietro gli alberi, in che modo la mia tavola e le gallinelle d'acqua che mangio il venerdì, in che modo i miei venticinquemila franchi di rendita, e il mio palazzo e i miei servi, provano che la pietà non è una virtù, che la clemenza non è un dovere e che il '93 non è stato inesorabile>>.
Il membro della Convenzione si passò una mano sulla fronte come per scacciarne una nube.
<<Prima di rispondere>>, disse, <<vi prego di perdonarmi. Ho avuto torto: siete in casa mia, mio ospite, devo essere cortese. Voi discutete le mie idee, e io mi devo limitare a combattere i vostri ragionamenti. Le vostre ricchezze e i vostri agi sono vantaggi che io ho contro di voi, ma non è delicato che me ne serva. Vi prometto di non usarli più.>>
<<Vi ringrazio>>, disse il vescovo.
G. riprese a dire:
<<Ritorniamo alla spiegazione che voi mi domandavate. Dove eravamo rimasti?... Che dicevate?... Che il '93 è stato inesorabile?>>.
<<Inesorabile, sì>>, disse il vescovo. <<Cosa pensate di Marat che batte le mani alla ghigliottina?>>
<<E che cosa pensate voi di Bossuet che cantava il Te Deum per i massacri dei protestanti?>>
La risposta era dura, ma andava affondo con la durezza di una punta d'acciaio. Il vescovo trasalì e non trovò maniera di parare il colpo. Lo ferì sentir pronunciare a quel modo il nome di Bossuet: anche i più nobili ingegni hanno i loro feticci, e talvolta si offendono se la logica manca loro di rispetto.
Il membro della Convenzione cominciava ad ansimare e il rantolo dell'agonia gli troncava la voce: tuttavia conservava una intera lucidità d'animo, visibile negli occhi. E proseguì:
<<Continuiamo ancora un poco a parlare: lo desidero. Togliendolo fuori dalla Rivoluzione che, presa nel suo insieme, è un'immensa affermazione umana, che cos'è il '93 se non una risposta? Lo trovate inesorabile. Sfido io! E tutta la monarchia? Carrier è un bandito; ma Montrevel come lo chiamate? Fouquier-Tinville è un pezzente; ma come la pensate su Lamoignon-Baville? Maillard è orribile, ma Saulx-Tavanne? Che ve ne pare? Il Père Duchene è feroce, ma quale epiteto mi lasciate dare al padre Letellier? Jourdan Coupe-Tete è un mostro, ma meno mostro del marchese di Louvois. Ah! Caro signore, io piango Maria Antonietta arciduchessa e regina; ma piango anche quella povera donna ugonotta che nel 1685, sotto Luigi il Grande, mentre allattava il suo bimbo, fu legata, nuda fino alla cintola, a un palo, e il bimbo tenuto distante. Il petto si gonfiava di latte e il cuore d'angoscia: il bambino affamato e pallido, vedeva le mammalle, e gridava agonizzando; e il boia diceva a quella donna: "Abiura!", dandole a scegliere tra la morte del suo piccolo e la morte della sua coscienza. Che ne dite di questo supplizio di Tantalo applicato ad una madre? Ricordate bene questo, sigore: la Rivoluzione francese ha avuto le sue ragioni. La sua collera sarà assolta dall'avvenire; il suo risultato è un mondo migliore. Dai suoi colpi più terribili, esce una carezza per il genere umano. Abbrevio... anzi, mi fermo: avrei troppe cose da dire. Ma devo morire>>.
E cessando di guardare il vescovo, il membro della Convenzione compì sommessamente il suo pensiero così:
<<Sì, le brutalità del progresso si chiamano rivoluzioni. Quando sono finite, si vede che il genere umano è stato tartassato, ma è andato avanti>>.
Senza avvedersene, il membro della Convenzione aveva preso d'assalto una dopo l'altra tutte le trincee interiori del vescovo. Una tuttavia rimaneva intatta; e di questo estremo baluardo della resistenza di monsignor Bienvenu uscirono queste parole, nelle quali riapparve quasi tutta la severità del principio del colloquio:
<<Il progresso deve credere in Dio. Il bene non può avere servi empi. E' un cattivo condottiero del genere umano l'ateo>>.
Il vecchio rappresentante del popolo non rispose. Ebbe un tremito. Guardò il cielo e una lacrima spuntò sul suo sguardo. Quando l'occhio ne fu pieno, la lacrima calò lungo la sua gota livida, ed egli disse quasi balbettando, con un filo di voce, con la pupilla perduta nel profondo del cielo:
<<O ideale! Tu solo sei vero!>>
Il vescovo fu preso da un'inesprimibile commozione.
Dopo un silenzio, il vecchio levò un dito verso il cielo e disse:
<<L'infinito esiste. E' là. Se l'infinito non avesse un io, il mio io sarebbe il suo limite; e non sarebbe più infinito; in altri termini, non esisterebbe. Ma siccome esiste, dunque ha un io. Questo io dell'infinito è Dio>>.
Il moribondo aveva pronunciato queste ultime parole con una voce alta e con un fremito di estasi, come se vedesse qualcuno. Quando ebbe parlato, i suoi occhi si chiusero. Lo sforzo l'aveva spossato. Era evidente che aveva vissuto in un minuto le poche ore che gli restavano. Ciò che aveva detto lo aveva avvicinato a colui che sta nella morte. L'istante supremo arrivò.
Il vescovo comprese che il tempo stringeva e si ricordò di essere venuto come prete; dall'estrema freddezza era passato, a grado a grado, alla commozione estrema; guardò quegli occhi chiusi, e prese quella vecchia mano rugosa e gelata e chinandosi verso il moribondo disse:
<<Questa è l'ora di Dio. Non vi sembra che sarebbe doloroso che noi ci fossimo incontrati in vano?>>
Il membro della Convenzione riaprì gli occhi. Una gravità piena d'ombra si dipinse sul suo volto.
<<Signor vescovo>>, disse con una lentezza che veniva forse più dalla dignità dell'anima che dalla povertà delle forze, <<ho passato la mia vita nella meditazione, nello studio e nella contemplazione. Avevo sessant'anni quando il mio paese mi ha chiamato e mi ha ordinato di incaricarmi dei suoi affari. Ho obbedito. C'erano degli abusi, li ho combattuti; c'erano delle tirannie, le ho distrutte; c'erano dei diritti e dei principi, e io li ho proclamati e confessati. Il territorio era invaso, e l'ho difeso; la Francia era minacciata, ho offerto il mio petto. Non ero ricco e ora sono povero. Fui uno dei padroni dello stato, e le cantine del Tesoro erano talmente cariche di monete che era stato necessario puntellare i muri per timore che cedessero sotto il peso dell'oro e dell'argento; e io pranzavo in rue dell'Abre-Sec a ventidue soldi a pasto. Ho soccorso gli oppressi; ho sollevato i sofferenti. Ho strappato la tovaglia dell'altare, sì, ma è stato per fasciare le ferite della patria. Ho sempre sostenuto il progresso del genere umano verso la luce e ho resistito qualche volta al progresso senza pietà. In certi casi ho protetto i miei stessi avversari, cioè voialtri. A Pateghem, in Fiandra, là dove i re merovingi avevano il loro palazzo d'estate, c'è un convento di urbanisti, l'abazia di Sainte-Claire in Beaulieu che deve la sua salvezza a me. Fu nel 1793. Ho fatto il mio dovere secondo le mie forze e ho fatto il bene che ho potuto. Dopo di ciò sono stato scacciato, inseguito, perseguitato, segnato nel libro nero, disprezzato, odiato, maledetto, proscritto. Dopo molti anni, con i miei capelli bianchi, sento che molta gente crede di avere il diritto di disprezzarmi; per la povera folla ignorante ho un viso di dannato, e così io accetto, pur non odiando nessuno, l'isolamento dell'odio. Adesso ho ottantasei anni, e muoio. Che cosa venite a chiedermi?>>
<<La vostra benedizione>>, disse il vescovo. E s'inginocchiò.
Quando il vescovo rialzò la testa, il viso del membro della Convenzione era diventato venerabile. Era morto.
Il vescovo ritornò a casa profondamente assorto in segreti pensieri. Passò tutta la notte in preghiere. Il giorno dopo qualche audace curioso provò a parlargli del membro della Convenzione G.; ma lui si limitò a mostrare il cielo col dito. Da quel giorno raddoppiò di tenerezza e di fraternità per i piccoli e i sofferenti.
Tutte le allusioni a <<quel vecchio scellerato di G.>> lo facevano cadere in una preoccupazione singolare. Nessuno potrebbe dire che il passaggio di quello spirito vicino al suo, e il riflesso di quella grande coscienza dinanzi alla sua, non avesse contribuito ad avvicinarlo alla perfezione.
Quella "visita pastorale" fu naturalmente occasione di infinite chiacchiere, per le piccole combriccole locali:
<<Poteva mai essere quello il posto di un vescovo, al capezzale di un simile moribondo? Chi poteva attendersi una conversione? Tutti quei rivoluzionari sono recidivi. E allora perché andarci? Per vedere che cosa? Bisognava che fosse proprio la curiosità di vedere un'anima portata via dal diavolo>>.
Un giorno, una ricca vedova, di quella razza impertinente che si crede spiritosa, lo apostrofò: <<Monsignore, ci si chiede in città quando Vostra Grandezza conta di mettere il berretto rosso>>.
<<Oh! oh! Il rosso è un gran colore", rispose il vescovo. "Fortunatamente chi lo aborre nei berretti lo venera nei cappelli.>>


- X. Il Vescovo In Presenza Di Una Luce Sconosciuta
["I Miserabili" - VICTOR HUGO]

martedì 6 agosto 2013

Il Diritto al Delirio

di Eduardo Galeano

Ormai sta nascendo il nuovo millennio. La faccenda non e' da prendere troppo sul serio (…). Il tempo si burla dei confini che noi inventiamo per credere che lui ci obbedisca (…). Il tempo continua, silenzioso, il suo cammino lungo le vie dell’eternita' e del mistero. In verita', non c’e' nessuno che sappia resistere: (…) chiunque sente la tentazione di domandarsi come sara' il tempo che sara'. Benché non possiamo indovinare il tempo che sara', possiamo avere almeno il diritto di immaginare come desideriamo che sia.

Nel 1948 e nel 1976, le Nazioni Unite proclamarono le grandi liste dei diritti umani: tuttavia la stragrande maggioranza dell’umanita' non ha altro che il diritto di vedere, udire e tacere. Che direste se cominciassimo a praticare il mai proclamato diritto di sognare? Che direste se delirassimo per un istante?

Puntiamo lo sguardo oltre l’infamia, per indovinare un altro mondo possibile: l’aria sara' pulita da tutto il veleno che non venga dalla paure umane e dalle umane passioni; nelle strade, le automobili saranno schiacciate dai cani; la gente non sara' guidata dalla automobile, non sara' programmata dai calcolatori, ne' sara' comprata dal supermercato, ne' osservata dalla televisione; la televisione cessera' d’essere il membro piu' importante della famiglia e sara' trattato come una lavatrice o un ferro da stiro; la gente lavorera' per vivere, invece di vivere per lavorare; ai codici penali si aggiungera' il delitto di stupidita' che commettono coloro che vivono per avere e guadagnare, invece di vivere unicamente per vivere, come il passero che canta senza saper di cantare e come il bimbo che gioca senza saper di giocare; in nessun paese verranno arrestati i ragazzi che rifiutano di compiere il servizio militare; gli economisti non paragoneranno il livello di vita a quello di consumo, ne' paragoneranno la qualita' della vita alla quantita' delle cose; i cuochi non crederanno che alle aragoste piaccia essere cucinate vive; gli storici non crederanno che ai paesi piaccia essere invasi; i politici non crederanno che ai poveri piaccia mangiare promesse; la solennita' non sara' piu' una virtu', e nessuno prendera' sul serio chiunque non sia capace di prendersi in giro; la morte e il denaro perderanno i loro magici poteri, e ne' per fortuna ne' per sfortuna, la canaglia si trasformera' in virtuoso cavaliere; nessuno sara' considerato eroe o tonto perche' fa quel che crede giusto invece di fare cio' che piu' gli conviene; il mondo non sara' piu' in guerra contro i poveri, ma contro la poverta', e l’industria militare sara' costretta a dichiararsi in fallimento; il cibo non sara' una mercanzia, ne' sara' la comunicazione un’affare, perche' cibo e comunicazione sono diritti umani; nessuno morira' di fame, perche' nessuno morira' d’indigestione; i bambini di strada non saranno trattati come spazzatura, perche' non ci saranno bambini di strada; i bambini ricchi non saranno trattati come fossero denaro, perche' non ci saranno bambini ricchi; l’educazione non sara' il privilegio di chi puo' pagarla; la polizia non sara' la maledizione di chi non puo' comprarla; la giustizia e la liberta', gemelli siamesi condannati alla separazione, torneranno a congiungersi, ben aderenti, schiena contro schiena; una donna nera, sara' presidente del Brasile e un’altra donna nera, sara' presidente degli Stati Uniti d’America; una donna india governera' il Guatemala e un’altra il Peru'; in Argentina, le pazze di Plaza de Mayo saranno un esempio di salute mentale, poiche' rifiutarono di dimenticare nei tempi dell’amnesia obbligatoria; la Santa Chiesa correggera' gli errori delle tavole di Mose', e il sesto comandamento ordinera' di festeggiare il corpo; la Chiesa stessa dettera' un altro comandamento dimenticato da Dio: “Amerai la natura in ogni sua forma”; saranno riforestati i deserti del mondo e i deserti dell’anima; i disperati diverranno speranzosi e i perduti saranno incontrati, poiche' costoro sono quelli che si disperarono per il tanto sperare e si persero per il tanto cercare; saremo compatrioti e contemporanei di tutti coloro che possiedono desiderio di giustizia e desiderio di bellezza, non importa dove siano nati o quando abbiano vissuto, giacche' le frontiere del mondo e del tempo non conteranno piu' nulla; la perfezione continuera' ad essere il noioso privilegio degli dei; pero', in questo mondo semplice e fottuto ogni notte sara' vissuta come se fosse l’ultima e ogni giorno come se fosse il primo.

lunedì 4 febbraio 2013

Il Mondo Conquistato


L'Occidente ha conquistato il mondo, non grazie alla superiorità delle sue idee, dei suoi valori o della sua religione, ma piuttosto grazie alla superiorità della sua capacità di mettere in pratica la violenza organizzata. Gli occidentali dimenticano spesso questo fatto, i non-occidentali non lo scordano mai.

- Samuel P. Huntington

mercoledì 31 ottobre 2012

Le traduzioni, ha detto qualcuno, se vogliono essere belle, debbono anche essere infedeli. Perché? Proprio perché è cattivo traduttore quello che, volendo restare fedelissimo al testo, adopera alla fine un italiano contorto e striminzito, che infastidisce il lettore. Una certa dose di libertà occorre, se si vuol rendere in bell'italiano un bello scritto straniero. Fedeltà allo spirito più che alla lettera.

- Luciano Bianciardi, Il traduttore, 1969

venerdì 26 ottobre 2012

“Quasi mai qualcuno scrive qualcosa di positivo sugli introversi. Gli estroversi regnano. Ciò è piuttosto curioso, quando ci rendiamo conto che ben diciannove scrittori su venti fanno parte della prima categoria. Ci viene insegnato a vergognarci del fatto di non essere ‘aperti’. Ma il lavoro di uno scrittore si svolge, per sua natura, al 'chiuso'. Le grandi storie nascono dal terreno fertile di una mente solitaria."

-Ursula K. LeGuin



giovedì 25 ottobre 2012

Una Estasiata Vagabonda

Sono cresciuta nei pressi della frontiera del Michiana, a nord del Midwest, circondata da boschi, frutteti e fattorie, e non lontano dai Grandi Laghi. Laggiù il mio alimento principale erano lampi e tuoni. La notte i campi di grano stridevano e vociavano. Lontano, a nord, i lupi raggiungevano le radure nel chiarore lunare, si impennavano e pregavano. Potevamo tutti senza paura abbeverarci alle stesse fonti.
(...)
Il fiume sempre chiamava affinché lo si visitasse quando calava la notte, i campi avevano bisogno che qualcuno li percorresse per esprimersi in un fruscio. I fuochi dovevano essere accesi nel bosco di notte, e le storie dovevano essere raccontate lontano dagli orecchi degli adulti. Ho avuto la fortuna di crescere nella Natura. Dai fulmini seppi della subitaneità della morte e dell'evanescenza della vita. Le figliate dei topolini mostravano che la morte era raddolcita da una nuova vita. Quando dissotterrai delle “perle indiane”, trilobiti sepolti nella terra, compresi che la presenza degli esseri umani risaliva a molto, molto tempo prima. Appresi la sacra arte dell'ornamento adornandomi il capo con delle danaidi, usando le lucciole come gioielli notturni e le rane verde-smeraldo come braccialetti. Una lupa uccise un suo cucciolo ferito a morte; insegnò la compassione dura, e lanecessità di permettere alla morte di andare al morente. I bruchi pelosi che cadevano dai rami e faticosamente risalivano strisciando insegnavano la determinazione. Il loro solletico, quando mi passeggiavano sul braccio, m'insegnò come la pelle può risvegliarsi e sentirsi viva.
(...)
Non ho mai dimenticato il canto di quei giorni oscuri, hambre del alma, di fame dell'anima. Ma neanche ho dimenticato il gioioso canto hondo, il canto profondo, le parole che tornano a noi quando facciamo opera di rivendicazione con l'anima.

-Clarissa Pinkola Estes (Donne Che Corrono Con i Lupi)

lunedì 22 ottobre 2012

Verrà il Giorno

Verrà il giorno in cui il resto degli esseri animali potrà acquisire quei diritti che non gli sono mai stati negati se non dalla mano della tirannia. I francesi hanno già scoperto che il colore nero della pelle non è un motivo per cui un essere umano debba essere abbandonato senza riparazione ai capricci di un torturatore. Si potrà un giorno giungere a riconoscere che il numero delle gambe, la villosità della pelle, o la terminazione dell'osso sacro sono motivi egualmente insufficienti per abbandonare un essere sensibile allo stesso fato. Che altro dovrebbe tracciare la linea invalicabile? La facoltà di ragionare o forse quella del linguaggio? Ma un cavallo o un cane adulti sono senza paragone animali più razionali, e più comunicativi, di un bambino di un giorno, o di una settimana, o persino di un mese. Ma anche ammesso che fosse altrimenti, cosa importerebbe? Il problema non è "Possono ragionare?", né "Possono parlare?", ma "Possono soffrire?".

-Jeremy Bentham - filosofo

venerdì 19 ottobre 2012

Come Diventare Veri


"Che cosa vuol dire VERO?", gli chiese un giorno il Coniglietto mentre erano sdraiati l'uno accanto all'altro vicino al caminetto, prima che Nana arrivasse a riordinare la stanza. "Significa avere dei meccanismi che ti ronzano dentro e una chiavetta per caricarti?"

"Il tuo essere Vero non dipende da come sei fatto", rispose il Cavallino di cuoio. "E' qualcosa che ti succede. Quando un bambino ti vuole bene per molto, molto tempo e tu se per lui non solo qualcosa con cui giocare, ma qualcuno a cui volere VERAMENTE bene, allora diventi Vero."

"Fa male?", chiese il Coniglietto.

"Avolte", rispose il Cavallino di cuoio, poichè diceva sempre la verità. "Ma quando sei Vero non t'importa di provare dolore".

"Succede all'inprovviso, come quando ti caricano, o poco alla volta?", domandò ancora.

"Non succede di colpo", disse il Cavallino di cuoio. "Ci vuole molto tempo per diventare Veri, per questo non capita spesso a quelli che si rompono facilmente o hanno degli spigoli taglienti o vanno maneggiati con cura. Di solito, prima di diventare Vero, avrai perso quasi tutto il pelo a furia di carezze, ti si saranno staccati gli occhi, le giunture non ti funzioneranno più e sarai bello malconcio. Ma di questo non ti importerà niente, perchè quando sei Vero non puoi essere brutto, se non per quelli che non capiscono".

-
Il Coniglietto di Velluto di Margery Williams, 1922

Le Cose più importanti Sono le più Difficili da Dire

Sono quelle di cui ci si vergogna, poichè le parole le immiseriscono, le parole rimpiccioliscono cose che finchè erano nella vostra testa sembravano sconfinate, e le riducono a non più che a grandezza naturale quando vengono portate fuori. Le cose più importanti giacciono troppo vicine al punto dov’è sepolto il vostro cuore segreto. Come segnali lasciati per ritrovare un tesoro che i vostri nemici sarebbero felicissimi di portare via e potreste fare rivelazioni che vi costano per poi scoprire che la gente vi guarda strano, senza capire affatto quello che avete detto, senza capire perchè vi sembrava tanto importante da piangere quasi mentre lo dicevate. Quando il segreto rimane chiuso dentro non è per mancanza di uno che lo racconti ma per mancanza di un orecchio che sappia ascoltare.

Stephen King, “Stagioni diverse”

Una settimana dopo la fuga di Fred e George,

Harry vide la professoressa McGranitt passare accanto a Pix che trafficava intorno a un lampadario di cristallo, e poteva giurare di averla sentita sussurrare al Poltergeist: « Si svita dall'altra parte.»

- Harry Potter e l'Ordine della Fenice

 Ecco perchè i libri sono infinite volte meglio dei film!

Il miglior fantasy è scritto nella lingua dei sogni.

È vivo, come sono vivi i sogni, più reale della realtà – per un momento, almeno…quel lungo magico momento prima di aprire gli occhi e alzarci.

Il fantasy è argentato e scarlatto, indaco e azzurro, ossidiana con venature dorate e lapislazzulo. La realtà è di linoleum e plastica, fatta di marroni fango e verde oliva. Il fantasy ha il sapore di peperoncini e miele, cannella e chiodi di garofano e vino dolce come l’estate. La realtà sa di cenere alla fine. La realtà è fatta di gelidi centri commerciali a Burbank, di camini a Cleveland, un parcheggio a Newark. Il fantasy è le torri di Minas Tirith, le antiche pietre di Gormenghast, le sale di Camelot. Il fantasy vola sulle ali di Icaro, la realtà sulla Southwest Airlines. Perché i sogni diventano tanto più piccoli quando finalmente diventano veri?

Leggiamo il fantasy per ritrovare i colori, credo. Per assaggiare forti spezie e ascoltare il canto delle sirene. C’è qualcosa di antico e vero nel fantsy che parla a qualcosa di profondo dentro di noi, al bambino che sognava quel giorno in cui avrebbe cacciato di notte per le foreste, e avrebbe festeggiato in colline cave, e trovato un amore che sarebbe durato per sempre in qualche luogo a sud di Oz e a nord di Shangri-La.

Possono tenersi il loro paradiso. Quando morirò, voglio andare nella terra di Mezzo.

-George R. R. Martin

giovedì 18 ottobre 2012

Tutti siamo geni.
Ma se giudichi un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi su un albero, penserà per tutta la vita di essere uno stupido.

 -Albert Einstein

martedì 16 ottobre 2012

L'indifferenza è il Peso Morto della Storia

Odio gli indifferenti.

Credo come Federico Hebbel che "vivere vuol dire essere partigiani". Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L'indifferenza è il peso morto della storia. E' la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica.

L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E' la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all'intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all'iniziativa dei pochi che operano, quanto all'indifferenza, all'assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.

I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.

Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.

Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

-Antonio Gramsci

lunedì 15 ottobre 2012

Ai Conservatori che si Oppongono all'Aborto

"‎Non credo che, soltanto perchè vi opponete all'aborto, questo vi renda pro-vita. Infatti, penso che in molti casi, la vostra moralità presenti gravi deficit, se tutto ciò che desiderate è un bambino venuto al mondo e non un bambino ben nutrito, che ha la possibilità di accedere ad un'istruzione e ad avere un tetto sopra la testa. Per quale motivo dovrei pensarlo? Semplice, perchè non volete che i soldi delle tasse finiscano lì. Questo non è essere pro-vita. E' essere pro-nascita. Dobbiamo tenere una conversazione molto più approfondita sulla moralità del vostro movimento per la vita."

-Sorella Joan Chittister, Suora Cattolica

sabato 13 ottobre 2012


E la conclusione è che:

A) Le persone non sono mai perfette, ma l'amore può esserlo.

B) Questo è l'unico modo in cui tutto ciò che è ignobile e mediocre, può essere trasformato.

C) Siamo noi che nel farlo, lo rendiamo tale. Sprechiamo tempo alla ricerca della persona perfetta, quando invece potremmo creare l'amore perfetto.

 -Tom Robbins

Discorso di Pericle agli Ateniesi, 461 a.C.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza. Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

Qui ad Atene noi facciamo così.

La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo. Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo. Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa. E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla. Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia. Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore. Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.

Qui ad Atene noi facciamo così.


QUI IN ITALIA NON FACCIAMO COSI'.

martedì 2 ottobre 2012

Esci con una ragazza che legge.

con una ragazza che spende i suoi soldi in libri invece che in vestiti, con una che ha problemi di spazio nell’armadio perché ha troppi volumi.

Trova una ragazza che legge. Saprai che lo fa perché avrà sempre un libro da finire nella borsa. È lei, quella che guarda adorante gli scaffali delle librerie; è quella che esulta in silenzio quando trova il libro che voleva.
Falle sapere cosa pensi davvero di Murakami. Vedi se ha finito il primo capitolo del Signore degli Anelli. Sai che, se dice che ha capito l’Ulisse di James Joyce, lo sta dicendo solo per suonare intelligente. Chiedile se ama Alice o se vorrebbe essere come lei.

È facile frequentare una ragazza che legge. Regalale libri per il suo compleanno, per Natale e per gli anniversari. Regalale il dono delle parole, con una poesia, con una canzone. Regalale Neruda, Pound, Sexton, Cummings. Falle sapere che capisci che le parole sono fatte d’amore; che capisci che lei conosce la differenza tra i libri e la realtà ma, in ogni modo, cercherà di rendere la propria vita almeno un po’ simile al suo libro preferito. Non sarà colpa tua se lo farà.

Dietro le parole si trovano altre cose: motivi, valori, sfumature, dialoghi. Non sarà la fine del mondo.
Potresti perderla per un paio d’ore, ma tornerà sempre indietro da te. Parlerà come se i personaggi del libro fossero reali, perché per un po’ lo sono sempre.

Sorriderai così tanto che ti chiederai meravigliato come mai il tuo cuore non sia ancora scoppiato, macchiando di sangue il tuo petto. Scriverai la storia delle vostre vite, avrai figli con nomi assurdi e con gusti ancora più assurdi. Attraverserete gli inverni della vostra vecchiaia insieme e lei reciterà Keats in un sospiro, mentre tu ti scrollerai la neve dagli stivali.

Esci con una ragazza che legge perché lo meriti. Meriti una ragazza che può darti la vita più colorata possibile. Se tu a lei puoi dare solo monotonia, ore vuote e mezze proposte, allora è meglio che rimani solo. Ma se desideri il mondo e i mondi che esistono al di là, esci con una ragazza che legge.

O ancora meglio, con una ragazza che scrive.
 
-Rosemarie Urquico

Tutte le convinzioni, i costumi, i gusti, le emozioni, gli atteggiamenti mentali che caratterizzano il nostro tempo sono stati in realtà programmati.

Una rivolta vera e propria, o qualcosa che si avvicini a essa, è al momento impossibile. Da parte dei proletari, in particolare, non vi è nulla da temere: abbandonati a se stessi, continueranno, generazione dopo generazione, secolo dopo secolo, a lavorare, generare e morire, privi non solo di qualsiasi impulso alla ribellione, ma anche della capacità di capire che il mondo potrebbe anche essere diverso da quello che è.

Le masse non si ribellano mai in maniera spontanea, e non si ribellano perché sono oppresse. In realtà, fino a quando non si consente loro di poter fare confronti, non acquisiscono neanche coscienza di essere oppresse.

George Orwell, 63 anni fa.

Non lo stavo ringraziando per la moneta

e neppure per essersi disturbato a fermarsi e ad aiutarmi, ma per… be’, per qualcosa che persino adesso non sono sicura di poter spiegare. Per avermi mostrato che nel mondo c’era qualcos’altro oltre alla crudeltà, immagino.

Memorie di una Geisha - Arthur Golden

Ipazia fissa Agostino con occhi di fuoco, si morde le labbra.

«Ora comincio a veder chiaro il disegno di Ambrogio, di Giovanni Crisostomo, di Teofilo… e il tuo, naturalmente! Dunque: esiste un solo dio, quello cristiano. Tutti gli altri sono falsi. La verità è nelle sacre scritture. Solo la Chiesa, solo voi preti sapete interpretarle».
«Certo! Certo! Non crederei al Vangelo se non mi ci inducesse l’autorità della chiesa!» esplode Agostino.
«Appunto. I popoli di tutto l’Impero e poi quelli del mondo intero devono essere tutti cristiani. Ma nessuno può ragionare e pensare. Tutti devono dipendere da voi preti per salvarsi. Ma è meglio tenerlo separato questo esercito di schiavi: e così ne cancellate la metà, la donna portatrice di vita!
Non dimenticare che ai primordi c’era un mondo senz’armi né eserciti: un mondo in pace in cui arti, tecnologie, esperienza religiosa e medicina erano patrimonio della donna, incarnazione dello Spirito del Mondo: la grande Madre Terra! La donna che partoriva nei templi!
Mentre voi ora dovete renderla simbolo del male: ed ecco, lì, tra le gambe della donna avete cominciato a disegnare un nido d’immondizia!
Sapete perfettamente quale forza scorre nel sangue dell’uomo, quale tempesta: e voi afferrate quella forza, la dominate, ve ne impadronite, ne fate un simbolo del male e l’evento più bello - l’amore che fa proseguire la vita - voi lo sporcate! Per controllare l’uomo!
E per controlllare l’uomo, state riducendo ad un sacco di immondizia la donna!
E Ambrogio non fa che parlare di verginità! E m’hanno detto che tu stai organizzando dei conventi per rinchiuderci delle povere disgraziate e tenerle segregate una vita intera. E anche tu non fai che parlare di verginità! E del peccato! E della dannazione! Agostino… tu, Ambrogio, Giovanni e Teofilo state costruendo una religione della morte!»”

-Adriano Petta [Ipazia di Alessandria 370-415 d.C.]
 

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