Elle Woods being BAMF
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venerdì 26 ottobre 2012
venerdì 19 ottobre 2012
giovedì 18 ottobre 2012
Il Discorso di V
Buona sera, Londra.
Prima di tutto vi chiedo di scusarmi per questa interruzione. Come molti di voi io apprezzo il benessere della routine quotidiana, la sicurezza di ciò che è familiare, la tranquillità della ripetizione. Ne godo come chiunque altro. Ma nello spirito della commemorazione, affinché gli eventi importanti
del passato, generalmente associati alla morte di qualcuno o al termine
di una lotta atroce e cruenta vengano celebrati con una bella festa, ho
pensato che avremmo potuto dare risalto a questo 5 novembre, un giorno
ahimè sprofondato nell'oblio, sottraendo un po' di tempo alla vita
quotidiana, per sederci e fare due chiacchiere.
Alcuni vorranno togliere la sicura, sospetto che in questo momento stiano strillando ordini al telefono e che presto arriveranno gli uomini armati. Perché? Perché, mentre il manganello può sostituire il dialogo, le parole non perderanno mai il loro potere; perché esse sono il mezzo per giungere al significato, e per coloro che vorranno ascoltare, all'affermazione della verità. E la verità è che c'è qualcosa di terribilmente marcio in questo paese.
Crudeltà e ingiustizia, intolleranza e oppressione. E lì dove una volta c'era la libertà di obiettare, di pensare, di parlare nel modo ritenuto più opportuno, lì ora avete censori e sistemi di sorveglianza, che vi costringono ad accondiscendere a ciò. Com'è accaduto? Di chi è la colpa? Sicuramente ci sono alcuni più responsabili di altri che dovranno rispondere di tutto ciò; ma ancora una volta, a dire la verità, se cercate un colpevole, non c'è che da guardarsi allo specchio.
Io so perché l'avete fatto. So che avevate paura. E chi non ne avrebbe avuta? Guerre, terrore, malattie. C'era una quantità enorme di problemi, una macchinazione diabolica atta a corrompere la vostra ragione e a privarvi del vostro buon senso. La paura si è impadronita di voi, ed il caos mentale ha fatto sì che vi rivolgeste all'attuale Alto Cancelliere, Adam Sutler. Vi ha promesso ordine e pace in cambio del vostro silenzioso, obbediente consenso. Ieri sera ho cercato di porre fine a questo silenzio. Ieri sera io ho distrutto il vecchio Bailey, per ricordare a questo paese quello che ha dimenticato. Più di quattrocento anni fa, un grande
cittadino ha voluto imprimere per sempre nella nostra memoria il 5
novembre. La sua speranza, quella di ricordare al mondo che l'equità, la
giustizia, la libertà sono più che parole: sono prospettive.
Quindi, se non avete visto niente, se i crimini di questo governo vi rimangono ignoti, vi consiglio di lasciar passare inosservato il 5 Novembre.
Ma se vedete ciò che vedo io, se la pensate come la penso io, e se siete alla ricerca come lo sono io, vi chiedo di mettervi al mio fianco, ad un anno da questa notte, fuori alle porte del Parlamento, e insieme offriremo loro un 5 Novembre che non verrà mai più dimenticato.
-V
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domenica 14 ottobre 2012
La Metafora di "Labyrinth"
Il tema della ricerca è frequentemente utilizzato nel genere fantasy,
sia letterario che cinematografico, con risultati alterni. Non è
infatti semplice sviluppare in modo interessante e profondo un viaggio,
spesso finalizzato alla ricerca di un particolare oggetto dai poteri
speciali, che coincida con il percorso iniziatico del protagonista.
Uno dei modelli del cammino alla scoperta del Sè è quello che accosta il mondo “reale” (inteso come quotidiano) a uno “fantastico” (inteso non come “irreale”, in quanto la realtà può essere soggettiva, ma piuttosto alternativo a essa). In campo letterario, gli esempî più conosciuti di questo modello sono indubbiamente Il Mago di Oz di L. Baum e Alice nel paese delle meraviglie di
L. Carroll: in entrambi la protagonista attraversa una serie di riti di
passaggio, scoprendo sè stessa e alcune verità del cammino esistenziale
tramite il mondo fantastico nel quale viene temporaneamente a trovarsi.
È dunque evidente la similitudine fra questi classici della letteratura fantastica e la trama di Labyrinth, a essi chiaramente ispirato, che sviluppa e arricchisce temi analoghi.
Lo scopo di Sarah, ragazza in bilico fra
infanzia e adolescenza, è quello di attraversare il Labirinto per
ritrovare il fratellino rapito da Jareth, Re dei Goblin; un’ardua
impresa, dato che il Labirinto è un regno in continua trasformazione,
colmo di sorprese, e la coraggiosa ragazza dovrà superare non poche
prove. Raggiungere il centro del Labirinto significherà anche
conquistare una nuova consapevolezza di sè stessa. Il labirinto è un simbolo universale, particolarmente complesso e dai molteplici significati, che ben si presta a questa interpretazione: “il simbolismo
del labirinto è variamente interpretato come il ritorno al Centro,
il conseguimento della comprensione dopo prove di crescente difficoltà, il viaggio della vita attraverso le difficoltà e le illusioni del
mondo”.
Il
complicato percorso del Labirinto, dove “non tutto è come sembra”, è
difatti in perenne mutamento, proprio come la vita. All’inizio
(nell’infanzia) il cammino è apparentemente diretto, semplice e privo di
curve, anche se in realtà pieno di passaggi e aperture visibili
soltanto a uno stadio successivo: per scoprirne i segreti è necessario
crescere, con occhi (e mente) aperti, evitando di dare alcunché per
scontato. Il viaggio di Sarah è dunque all’insegna dell’apprendimento,
per essere in grado di vedere.
Il percorso della crescita e della
conoscenza non è ovviamente indenne da profondi mutamenti interiori. Davanti a ogni ostacolo Sarah grida
sempre “non è giusto!”, ma capirà che talvolta giusto e sbagliato
possono essere punti di vista. Imparerà a fare delle scelte e pagarne le
conseguenze (cercando di risolvere il quesito delle porte che conducono
alla segreta), oppure a perdere una cosa per ottenerne un’altra
(cedendo i gioielli a Hoggle in cambio del suo aiuto). Scoprirà
l’importanza e il potere delle parole e la capacità di non farsi
influenzare dal volere degli altri.
Molte delle creature che Sarah incontra sono rappresentazioni metaforiche di modelli comportamentali: i Fireys, le eccentriche creature capaci di staccarsi gli arti a piacere, sono coloro che prendono la vita alla leggera, spassandosela senza accettarne i lati serî e impegnativi, a volte gravi, e illudendosi così di evitarli; Hoggle è uno di quelli che ingannano gli altri e se stessi, finendo per conformarsi e perdere il coraggio individuale; le Porte sono coloro che vogliono far credere una cosa per un’altra. Jareth, fatuo e fondamentalmente ambiguo, domina grazie all’uso di menzogne e raggiri, conservando la sua posizione solo con la forza di altri inganni e illusioni.
Talvolta dalle illusioni ci si lascia irretire: l’incontro con la vecchia curva sotto il peso degli oggetti accumulati nel passato, la quale tenta di fare della ragazza una sua simile, porta Sarah a rigettare tutto ciò che fino a poco prima aveva amato (giocattoli, ricordi, sogni…). Ella arriva a pensare che crescere significhi rompere ogni legame con il proprio passato, ma scoprirà che si diventa vittime del rimpianto solo perdendosi in esso, senza guardare contemporaneamente avanti e indietro. “A volte la strada dell’’andata è la strada del ritorno”: una rivelazione fondamentale, offerta in modo un po’ confuso dal saggio con l’uccello copricapo. Eppure non sempre le verità della vita vengono rivelate con chiarezza da persone apparentemente affidabili: è un motivo classico, “l’incontro con personaggî simbolicamente detti pazzi, le cui assurdità apparenti celano, aldilà delle ristrettezze empiriche della razionalità, un’autentica saggezza”.
Jareth, nel suo ruolo di antagonista, non usa la coercizione ma la
tentazione. Egli dunque seduce Sarah, le offre ciò che desidera e
obbedisce ai suoi comandi, cercando contemporanemente di raggiungere il
proprio scopo: farla sua diventando parte di lei. Soltanto così
potrà possederla. L’offerta del Re dei Goblin è volutamente ambigua:
“Dovrai solo fare ciò che ti chiedo e sarò il tuo schiavo”.
Quello che il Re dei Goblin le sta offrendo è la possibilità di realizzare ogni suo desiderio e di restare a vivere per sempre in quel mondo fantastico. La possibilità di rimanere per sempre bambina, di rinunciare alle sue responsabilità, di lasciare che altri assumano il controllo. Sarah però, è ormai cresciuta. Non può tornare indietro. Ha imparato l'importanza di esercitare controllo sulla propria vita. E' giunta finalmente alla conclusione, che tutto può essere ingiusto, ma tutto può anche essere cambiato a seconda del modo in cui si altera la propria percezione delle cose e di come si decide di reagire di conseguenza.
Sarah sconfigge Jareth ricordando (e comprendendo) la frase che fino ad allora non era mai riuscita a memorizzare: “Tu non hai alcun potere su di me”.
Sarah si era sempre lamentata di quanto la vita fosse ingiusta, ma in effetti non aveva mai fatto alcuno sforzo per cambiare la sua situazione. L'idea di poter cambiare le cose da sè, non l'aveva mai sfiorata. Quando allora si ritrova a dover salvare il fratellino, è costretta per la prima volta ad agire. A diventare responsabile. La sua situazione non sarebbe mai migliorata, se lei non si fosse messa in gioco in prima persona. When Sarah begins to look at things in a new attitude she begins to make progress both in her quest and in the development of herself. Una volta compreso che può assumere un ruolo attivo negli eventi da cui è stata travolta, la sua percezione di ciò che la circonda cambia. Ha potere su ciò che accade a Toby, ha potere su come decide di rispondere alle sfide lanciatele dal Re dei Goblin. Sarah ha controllo sulla propria vita. È questo il messaggio del film, semplice ma potente.
Dopotutto, Labyrinth è una fiaba moderna e “le favole insegnano che le difficoltà della vita esistono, non possiamo negarle, e vince solo chi le affronta e non le fugge. Esse ci suggeriscono che molto spesso queste difficoltà provengono da noi stessi, dalle nostre idee preconcette e dal non saperne riconoscere il limite”.
Sarah sconfigge Jareth ricordando (e comprendendo) la frase che fino ad allora non era mai riuscita a memorizzare: “Tu non hai alcun potere su di me”.
Sarah si era sempre lamentata di quanto la vita fosse ingiusta, ma in effetti non aveva mai fatto alcuno sforzo per cambiare la sua situazione. L'idea di poter cambiare le cose da sè, non l'aveva mai sfiorata. Quando allora si ritrova a dover salvare il fratellino, è costretta per la prima volta ad agire. A diventare responsabile. La sua situazione non sarebbe mai migliorata, se lei non si fosse messa in gioco in prima persona. When Sarah begins to look at things in a new attitude she begins to make progress both in her quest and in the development of herself. Una volta compreso che può assumere un ruolo attivo negli eventi da cui è stata travolta, la sua percezione di ciò che la circonda cambia. Ha potere su ciò che accade a Toby, ha potere su come decide di rispondere alle sfide lanciatele dal Re dei Goblin. Sarah ha controllo sulla propria vita. È questo il messaggio del film, semplice ma potente.
Dopotutto, Labyrinth è una fiaba moderna e “le favole insegnano che le difficoltà della vita esistono, non possiamo negarle, e vince solo chi le affronta e non le fugge. Esse ci suggeriscono che molto spesso queste difficoltà provengono da noi stessi, dalle nostre idee preconcette e dal non saperne riconoscere il limite”.
Tornare indietro per andar avanti,
dunque, accettando la presenza (negli angoli dello specchio e di se
stessi) dei vecchi amici (fantasia, sogni, speranze) pronti a “tornare
nel momento del bisogno”. Spesso, al momento di compiere una scelta,
Sarah guarda in uno specchio: quando evoca inizialmente i folletti,
quando rigetta il proprio passato, quando si risveglia dalla confusione
emotiva e distrugge la sala da ballo e, infine, quando raggiunge la
comprensione al termine del viaggio, in camera sua.
Guardare nello specchio (in sè
stessi) è in certi momenti l’unico modo per trovare le risposte. E
quindi attraversare lo specchio e proseguire alla scoperta del
fantastico mondo alternativo, verso altre rivelazioni.
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sabato 13 ottobre 2012
"Volevo che tu imparassi una cosa: volevo che tu vedessi che cosa è il
vero coraggio, tu che credi che sia rappresentato da un uomo con il
fucile in mano. Aver coraggio significa sapere di essere sconfitti prima
ancora di cominciare, e cominciare egualmente e arrivare fino in fondo, qualsiasi cosa succeda. E' raro vincere, in questi casi, ma qualche volta si vince."
-Harper Lee (Il Buio Oltre La Siepe)
martedì 9 ottobre 2012
Thor è un film femminista? (Si)
There’s no easy way for me to break this to you, so make sure you’re sitting down: Kenneth Branagh’s Thor
(2011) is a feminist movie. Okay, I admit that on the surface a movie
about an uber-masculine hammer-wielding thunder god doesn’t exactly seem
like fertile ground for a feminist reading. But it’s surprisingly
subversive of the genre of action movies and an extremely sensitive
portrayal of a group of human beings who are dealing with their own crap
and other people’s crap and not doing very well with either.
Now, Thor is still vulnerable to the critique that applies to most
movies in our culture: it focuses too much on the men’s stories and not
enough on the women’s stories. I don’t deny that this is a problem. But
where it does focus on women, the film portrays them as real, whole
people with internal motivations, emotions and agency. This portrayal is
virtually unique in the genre. Consider Jane, the physicist who, er,
“stumbles” across Thor in the first scene and becomes his major love
interest. Already, this is a departure from mainstream portrayals of
women: she is a physicist, a profession that is socially-coded male, and
she seems to be dedicated, passionate, and good at her job.
Not only that, but Jane is not your typical leading lady, who might
mention her job once and then focus entirely on the leading man for the
rest of the movie. No, Jane is obsessed with research and very focused
on her career. Several times, she literally risks her own life and the
lives of others to get data (I didn’t say she had her priorities
straight!). In fact, she repeatedly says that her work is her “whole
life”.
Basically, Jane is a highly intelligent workaholic – a kind of female
character that is rarely portrayed at all, let alone as a person with
emotions and agency. Even better than that, when she meets Thor, this doesn’t change.
Jane is never punished in the narrative for being a workaholic – she
never has the cliched epiphany that her career-obsessed ways were or are
making her miserable, and she does not need to compromise on her
workaholism to keep Thor’s interest (indeed, Thor even helps her get her
data back).
Yes, Jane is Thor’s love interest, but even in that context she is
portrayed as a whole, interesting person, to whom Thor is attracted
because she is curious, bright, compassionate, and self-possessed. She
is not just a McGuffin to make Thor want to defend Earth. We, the
audience, see all of Jane and this implies that Thor sees all of Jane,
not just her beauty. Consider by contrast the portrayal of Rachel Dawes
in Nolan’s otherwise excellent Batman films, who exists mainly to look pretty, deliver moral lessons to Bruce, and get threatened by bad guys. Superman Returns
even butchered Lois “ambition is my middle name” Lane, turning her into
a character entirely defined by her relationships with the men in the
narrative.
Jane’s assistant Darcy also deserves a mention here, because this
kind of wise-cracking, jokester bit-role is rarely given to women in big
budget films. The dynamic between Jane and Darcy feels very real, and
again, the two play off one another and interact in almost a
buddy-comedy-esque manner (ambitious career-girl and sarcastic sidekick
have adventures!).
Sif is another prime example of how to do female characters right. A
super competent female warrior, who is neither hypersexualised nor the
butt of jokes? Fuck yes! Even better, Sif refuses to let jerkwad!Thor
take any credit for her achievements – he wants kudos for supporting her
in her career as a badass warrior, but she shuts him down, and so she
should. Believing that women can reach goals that society says are for
men only, and supporting women’s right to agency and self-determination,
is literally the minimum standard of human decency. No cookies for you, Thor. But refreshingly, Thor’s comment is supposed
to be read as arrogant and egocentric – the narrative supports Sif, not
Thor, who shortly afterwards gets himself banished from Asgard for
being arrogant and egocentric in general.
Not only does the narrative treat Jane, Darcy and Sif with the
respect they deserve, but so does the cinematography. In most mainstream
action films, the camera often pans up women’s bodies or lingers on
their most “attractive” features – not only when a male character is
looking at them, but just generally, by way of presentation of these
characters to the audience. This may also be accompanied by ridiculously
context-inappropriate wardrobe choices such as high heels, tight shirts
and short skirts worn regardless of what the female character has to do
in a scene (see: every James Bond film ever). Thor
does neither of these things! Sif, Jane and Darcy are never panned over
by male characters, nor presented for the audience’s visual consumption.
In fact, it is Thor’s body that is panned over to show to the
audience that Darcy and Jane are very attracted to him. For the first
time in a mainstream superhero movie, ladies and gentlemen, I give you: the heterosexual female gaze!
This is a huge deal! Of course it was terribly confusing for some
straight men, who apparently began to feel, well, a little bit “gay” (their words).
This is a really wonderful subversion of the heteromale gaze, and it
shows straight men what it’s like to go to the movies and see bodies not
exclusively packaged for their consumption. Now, we can
disagree on the extent to which people should ever be sexualised like
that, but clearly when this is virtually always done to women and almost
never to men, we have at the very least an inequality problem.
Correcting this imbalance is one way to start making our culture better
for women. And in this context, it is downright subversive.
Bra-fucking-vo.
The female characters also wear clothing that is realistic and appropriate! Jane is shown as having very basic personal style, wearing jeans, t-shirts, and baggy checked shirts over the top. Darcy has a more funky style, which expresses her wise-cracking, off-beat charm – again her wardrobe meshes coherently with her characterisation. Sif’s outfit is perhaps the biggest achievement in this department: her armor looks both functional and fucking awesome! Her hair is up and out of the way for fighting! She looks badass, intimidating and strong, in the same manner that Thor, Loki, and the Warriors Three do. A+, costume department. Even her movie poster is in the exact same style as the men’s posters!
The female characters also wear clothing that is realistic and appropriate! Jane is shown as having very basic personal style, wearing jeans, t-shirts, and baggy checked shirts over the top. Darcy has a more funky style, which expresses her wise-cracking, off-beat charm – again her wardrobe meshes coherently with her characterisation. Sif’s outfit is perhaps the biggest achievement in this department: her armor looks both functional and fucking awesome! Her hair is up and out of the way for fighting! She looks badass, intimidating and strong, in the same manner that Thor, Loki, and the Warriors Three do. A+, costume department. Even her movie poster is in the exact same style as the men’s posters!
Another way in which Thor breaks down sexist narratives is
by challenging the traditional hypermasculinity of the superhero. Thor
is built like a tank and possesses strength, courage and supernatural
power. But his character is achingly vulnerable: he tears up when Loki
visits him on Earth, asking plaintively if he may please return home (it
broke my fucking heart, you guys, you don’t even know). And his
vulnerability does not make him weak! Indeed, it is Thor’s transition
from arrogance and bravado to humility and vulnerability that permits
him to regain his powers and wield Mjolnir again. Loki, too, is
presented as emotional and vulnerable – but again his expressions of
anguish make him no less dangerous, intelligent, devious, and
threatening. Indeed, it seems to me that Loki is perhaps the first truly
convincing and serious supervillain who has cried on screen.
Branagh’s Thor is more feminist than I thought a movie about
a male superhero could ever be. Of course, it occurs to me that most of
the things I am praising here are things that all films should be
doing. They aren’t doing them, though. Thor is. Still, maybe I
shouldn’t be giving Kenneth Branagh kudos for not being as outright
misogynistic as Michael Bay or as obliviously sexist as Chris Nolan.
Nevertheless, Thor is one superhero movie that I can watch
without wanting to reach into the screen and throttle someone. In fact,
it is the first superhero movie that has made the social justice part of
me very happy. As a fan of the superhero genre and as someone who cares
about geek culture, that means something to me.
sabato 6 ottobre 2012
martedì 2 ottobre 2012
Ho sempre creduto nei numeri.
Nelle equazioni e nella logica che conduce al
ragionamento. Dopo una vita vissuta in questi studi, io mi chiedo: cos’è
veramente la logica? Chi decide la ragione? La mia ricerca mi ha spinto
attraverso la fisica, la metafisica, mi ha illuso e mi ha riportato
indietro. Ed ho fatto la più importante scoperta della mia carriera. La
più importante scoperta della mia vita. È soltanto nelle misteriose
equazioni dell’amore che si può trovare ogni ragione logica. Io sono qui
grazie a te. Tu sei la ragione per cui io esisto. Tu sei tutte le mie
ragioni.
A Beautiful Mind
E partono le lacrime… questo film è meraviglioso!
A Beautiful Mind
E partono le lacrime… questo film è meraviglioso!
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