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martedì 20 novembre 2012

Tristano e Isotta

La storia di Tristano e Isotta è probabilmente uno dei più famosi miti che ha acquistato popolarità durante il Medioevo. Di origine celtica, le prime redazioni sono state realizzate da poeti normanni. La leggenda narra dell'amore tormentato tra Tristano, un nobile cavaliere della Cornovaglia ed  Isotta d'Irlanda, moglie di re Marco, zio dello stesso Tristano. Questa tragedia, che si conclude con la morte dei due amanti, è stata riproposta nel tempo in tutte le salse possibili ed immaginabili. Passando da racconto orale, a poema, a romanzo cortese, a capolavoro musicale di Wagner, a opera cinematografica. Non sempre si è rimasti del tutto fedeli alle origini, che comunque si suddividono in più fonti, ma dopotutto, le leggende sono per loro natura interpretabili, l'importante è riuscire a conservare il cuore del racconto, ogni qual volta questo, venga adattato in una nuova forma.

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Per chi non fosse famigliare con il mito, ecco in sintesi la trama:

La storia narra del nobile Tristano, erede spodestato dal trono di Bretagna, che crebbe alla corte dello zio materno, il buon Re Marco di Cornovaglia. Tristano è nobile e coraggioso e all’arte della spada unisce l’arte della musica, ma non è ben visto dai baroni del regno che non lo considerano il degno erede di Re Marco. La Cornovaglia inoltre deve affrontare le pretese del Re d’Irlanda, che manda il mostruoso fratello Moroldo a richiedere un tributo, il quale, oltre ad un enorme quantità di libri di cuoio, argento e infine oro, pretende anche di portare via 300 fanciulli e 300 fanciulle. Re Marco non tollera ciò, ma è incapace di battersi e nessuno dei suoi baroni sembra intenzionato a difenderlo. È Tristano che entra in scena e convince Moroldo a battersi su un’isola sperduta all’ultimo sangue. La battaglia non è facile, ma Tristano riesce ad avere la meglio su Moroldo e a tornare al castello, dove il nobile cavaliere rischia però la vita per una ferita riportata nel duello, aggravata dal veleno della spada del cavaliere irlandese.

Secondo la tradizione celtica, in questi casi lo sfortunato guerriero va lasciato alle acque del mare e così Tristano è posto su una zattera e spinto al largo. La barca naufraga sulle sponde dell’Irlanda e Tristano viene salvato da una bellissima fanciulla, Isotta dai biondi capelli, la figlia del Re. Tra i due nasce subito una certa complicità, ma dopo 40 giorni, essendo guarito, Tristano per timore di essere riconosciuto dai cavalieri irlandesi torna in Cornovaglia. Intanto Isotta viene a sapere della morte dello zio e medita vendetta contro il suo assassino. In Cornovaglia i baroni restano stupiti dal ritorno di Tristano, ma intenzionati a non farlo diventare Re, chiedono a Re Marco di sposarsi e di dare allo stato un erede diretto. Secondo la legge celtica, infatti, se il re non aveva eredi era il figlio della sorella a dover ereditare il regno, e ciò suscitava la loro gelosia. Marco accetta, ma vorrà sposare solo la fanciulla cui appartiene il ricciolo d’oro che una rondine aveva condotto fino al suo castello. Tristano informa il re che la ragazza in questione è la principessa d’Irlanda; perciò il matrimonio, oltre a calmare i baroni, avrebbe favorito la pace.

Tristano torna in Irlanda dove viene a sapere di un editto reale, secondo il quale chiunque fosse riuscito a sconfiggere un Drago che minacciava la città avrebbe potuto sposare la principessa Isotta. Tristano affronta il Drago e lo uccide tagliandogli la lingua come prova, però il veleno lo fa svenire e Aghingherrano il Rosso, un codardo pretendente di Isotta, si prende il merito e porta la testa del drago a palazzo. Il re non crede alle parole di Aghingherrano e rimanda la riunione di 3 giorni. Intanto Isotta va alla ricerca del vero uccisore del mostro e lo trova in punto di morte. Grazie alle loro competenze mediche riescono di nuovo a guarirlo e Isotta gli prepara un bagno. Qui, fa una terribile scoperta: pulendo la spada di Tristano si accorge che manca una parte e la confronta con un frammento di spada che aveva estratto dal cranio di Moroldo, riconoscendo la sua appartenenza. Furiosa, decide di ucciderlo, ma Tristano è molto abile nel parlare e si salva la vita facendole credere di essere innamorato di lei. Solo dopo aver provato la sua vittoria contro il drago, dice di essere il messaggero di Re Marco.

Prima della partenza d’Isotta, la Regina Madre consegna a Brangenia un filtro d’amore che farà innamorare Isotta dello sposo, molto più anziano di lei. Il destino vuole però che Tristano e Isotta, scambiato il filtro per vino, lo bevano, si innamorino e consumino così il loro amore durante il viaggio verso la Cornovaglia. Isotta non è più vergine, ma la buona ancella Brangenia si offre spontaneamente per la prima notte col re. Tristano e Isotta non possono smettere di amarsi e con diversi stratagemmi riescono ad incontrarsi segretamente, ma Brangenia non ne è all' oscuro. Anche i baroni se ne accorgono e insistono perché lui venga esiliato; il Re Marco è quindi obbligato a cacciarlo. Tristano e Isotta continuano però a vedersi all'esterno e gli spioni ingaggiano così un nano che conosce l'arte della magia per riuscire a trovare delle prove. Il nano cerca di provare la loro colpevolezza e una notte fa sì che i baroni seguano Isotta con il Re Marco e osservino l' incontro dei due innamorati. Tristano vede il riflesso del re nascosto su un albero e finge di incontrare Isotta solo per capire come mai il Re l' ha cacciato. Isotta capisce e sta al gioco; il re osservando la scena è molto intenerito e si sente in colpa di aver pensato ad un tradimento: fa così tornare Tristano a corte. Il nano viene condannato a morte e scappa, ma il suo lavoro non è finito. I baroni lo chiamano nuovamente e organizzano un piano per dimostrare il tradimento dei due amanti. Questa volta partecipa anche il re e grazie a uno stratagemma Tristano e Isotta vengono scoperti.

I due innamorati vengono così condannati al rogo, una morte vergognosa. Tristano si getta da una cappella ma non muore e riesce così a scappare. Isotta deve essere bruciata, ma interviene un gruppo di lebbrosi. Il loro capo fa capire al re che la regina non merita una morte rapida, ma una morte lenta e laida; propone così di portarla via con sé. Tristano intanto con l’aiuto dello scudiero Gorvenale giunge a una strada fuori Tintagel, dove incontra il gruppo di lebbrosi e l'amata. Uccide il capo e prende con sè Isotta, ma sono obbligati a rifugiarsi nella foresta. Qui vivono per un lungo periodo, conducendo una vita umile e selvaggia. Nessuno dei due è contento di vedere l' altro vivere in quel modo. Dopo qualche tempo un forestiero li scopre e si reca a riferirne al re. Il Re Marco li cerca e li trova addormentati nella foresta; per caso tra i due c'è la spada di Tristano. Il re vede ciò come un simbolo di castità e li perdona, lasciando dei suoi oggetti nella capanna per segnare la sua visita. Al loro risveglio si accorgono di ciò che è successo e iniziano a ripensare a re Marco. Infine capiscono che non possono trascorrere tutta la loro vita là e Tristano decide di far tornare Isotta a corte. Aiutati da un eremita si mettono in contatto con il re, che è contento della loro proposta e accoglie nuovamente Isotta. I baroni, non contenti, vogliono che Isotta giuri di non aver mai tradito il re. Isotta, decisa a non essere più presa di mira, decide di fare il giuramento davanti a Re Artù. Escogita un piano con Tristano e riesce a giurare il vero.

Tristano si allontana quindi dalla Cornovaglia e va in Bretagna; in caso di pericolo però ciascuno avrebbe soccorso l' altro. Tristano diventa amico di Caerdino, il figlio del duca Oele e lo aiuta durante una battaglia. Per ricompensarlo, questi gli offre la mano della sorella. Isotta dalle Bianche Mani. Tristano la accetta per non offendere il suo onore, ma non consumerà mai il matrimonio e resta fedele a Isotta la Bionda. Isotta dalle Bianche Mani è offesa da ciò e ne parla con il fratello. Caerdino affronta Tristano e il giovane è obbligato a raccontargli tutto. In seguito Tristano vuole rivedere Isotta; si finge pazzo e si reca a Tintagel dove si fa riconoscere a fatica. Durante un'imboscata viene gravemente ferito da una punta avvelenata ed è sul punto di morire, perciò chiede a Caerdino di andare in Cornovaglia e scortare Isotta la Bionda che lo avrebbe salvato. Se Isotta fosse venuta, Caerdino avrebbe dovuto issare una vela bianca, altrimenti una vela nera. L'inviato parla con Isotta e subito si imbarcano verso la Bretagna.

Tristano riesce a scorgere una nave ma i suoi occhi offuscati non distinguono il colore della vela. Isotta dalle bianche mani, gelosa di quel suo tenace amore, dice al povero Tristano che la vela è nera ed egli muore poco dopo. Isotta dai biondi capelli non fa in tempo a giungere e dopo aver pregato per l’amato gli muore accanto. Per volere di Re Marco i due sventurati sono sepolti in Cornovaglia e dalla tomba di Tristano nasce un rovo che si estende fino al sepolcro di Isotta.

***

Una delle più recenti forme in cui si è espressa questa leggenda del ciclo bretone, è la a dir poco splendida canzone "Tristan and Isolt" di Heather Dale, che lascio qui di seguito con la mia relativa traduzione del testo.

Confesso che prima di scoprire questo pezzo, consideravo il mito di Tristano e Isotta come un mattonazzo di una pensantezza infinita a cui non mi sarei mai avvicinata neanche per sbaglio... inutile dirvi che ho cambiato completamente opinione. Non saprei spiegarvi esattamente il perchè, forse semplicemente avevo bisogno di tornare alla forma originale per comprenderne la forza: la magia di un cantastorie che, mentre sediamo davanti al fuoco e gustiamo idromele, riesce a parlare alla nostra anima. Heather Dale, intrecciando musica e parole, è riuscita a farmi sentire per la prima volta tutto lo struggente sentimento, dello sfortunato amore tra Tristano e Isotta.





Chi, non conosce la tragedia di Tristano e Isotta?
Il biondo suonatore d'arpa della Cornovaglia, le cui mani reggevano sia l'acciaio che le corde?
Ed il più prezioso tesoro d'Irlanda, nata come Elena al di là del mare
Mentre le onde avvicinandosi si inchinavano d'innanzi alla sua bellezza?

Tutti coloro che hanno ascoltato la storia, sanno che il Fato cieco e crudele
Guidò la coppa con il dolce filtro d'amore verso labbra dissenzienti
E mentre l'asse tornava ad appoggiarsi sul legno del molo ed il Re ammirava la sua Signora
I canti risuonavano nella chiesa e i gabbiani stridevano.

Tutti i cantori si affannano sull'agonia del loro amore
Insoddisfatto e per sempre rivolto al nord come il metallo nelle rocce.
Ma pochi parleranno mai di come il freddo respiro delle Northlands
Permise loro di giacere infine uniti senza inganno.

Quando Tristano non potè più sopportare la vergogna di una coscienza sporca,
Salpò per la lontana Bretagna, incerto e senza amore.
Abbandonò la sua musica, recise le corde che gli avevano donato gioia,
E cercò conforto nel furore del campo di battaglia.

Crebbero le lodi intorno a lui come il granturco intorno a un masso
Mentre l'uomo della Cornovaglia dava battaglia ai demoni fuori e dentro di sè.
Nel cantare la spada ed il tuono, Tristano cercò in vano una distrazione
Eppure Lei sussurrava nel silenzio del massacro.

E' tradizione tra iguerrieri ricompensare nobili eroi,
La bella Blanchmaine dei Bretoni gli fu data in moglie.
Ma Blanchmaine non conobbe alcun piacere con il suo freddo e triste marito
Poichè il volto marmoreo del ricordo era la sua sposa.

In quel tempo il paese era assediato dai serpenti dell'Eden
E la più vile di tutte le creature può portare la peggiore delle cadute.
Due veleni scorrevano dentro di lui, e nessuno poteva salvarlo
Se non le arti curative dell'Irlanda ed Isotta.

Ali di speranza salparono, avanzando verso nord sfidando la tempesta
Con tenere parole supplicanti pietà e grazia.
Se il suo amore non la toccava più, si issasse il nero nelle sartie
Ma se il bianco li avesse uniti, avrebbe atteso.

La luce del giorno si ritirò strisciando, i demoni di Tristano si affollarono attorno a lui
E le parole delle sue allucinazioni portarono allo scoperto il suo amore segreto,
Mentre la donna che aveva sposato ma alla quale non aveva dato nulla
Sedeva al suo fianco in una lunga e gelosa attesa.

Il mattino incorniciò la risposta che avanzava leggera sull'acqua.
Come il vessillo vittorioso di Cristo, volò verso la riva.
Era bianco come le vesti degli angeli, ma quando flebilmente la pregò,
La bella Blanchemaine rispose piano, "E' della notte."

Chi può dire quale veleno strappò l'anima dal corpo di Tristano,
E le campane cominciarono a suonare mentre Isotta correva lungo la spiaggia.
Il vento si fece debole e silenzioso mentre lei piangeva sul suo amato,
E con gentilezza portò via il suo dolore.

Li deposero l'uno accanto all'altra con la terra a separarli.
Ancora una volta, divisi dalle morali del mondo.
Ma i loro spiriti salirono verso l'alto, il rovo d'Irlanda e la rosa della Cornovaglia,
E infine giacquero, finalmente intrecciati.

giovedì 18 ottobre 2012

La Dama del Giglio di Astolat

La barca ricolma di Gigli giunge alla corte del Re.
È una meraviglia a vedersi veleggiare leggiadra sul fiume, recando con sé il corpo senza vita di una damigella bella oltre ogni dire.
Di bianco vestita, adagiata tra i fiori, reca nelle sue mani una lettera destinata alla corte intera.
E tale lettera giunge sino a noi sulle pagine del mito.

“A tutti i cavalieri della tavola rotonda, salute! Io, Passarosa, damigella di Escalot, vi rendo noto che morii d’amore e, se domandate perché, vi dirò che fu per il più valente, ma anche per il più crudele cavaliere del mondo, ch’ha nome Lancillotto del lago, che vanamente pregai con pianti e singhiozzi ch’avesse di me mercè.”*
 

Questa è la fine della storia della Damigella di Astolat (altrimenti chiamata Escalot o Shalott), che nelle versioni più arcaiche del mito ha nome Passarosa, e che ritroveremo nominata Elaine nella versione medievale di Sir. Thomas Malory e nel suo componimento “Storia di Re Artù e dei suoi cavalieri”.
Qui, la bianca fanciulla di Astolat, porta con sé un’altra versione della lettera d’accusa, questa volta diretta a Lancillotto stesso e non a tutta la corte regale:

“Nobilissimo cavaliere ser Lancillotto, nell’amore la morte ci pone ora a contrasto. Il mio nome era bella damigella di Astolat, e perché vi amavo avanzo la mia querela innanzi a tutte le dame. Vi prego di esaudire almeno il mio ultimo desiderio pregando per me, dandomi sepoltura ed offrendo elemosine perché siano celebrate delle messe per la salvezza della mia anima.
Dio mi è testimone che sono morta vergine e pura. Lancillotto, cavaliere senza pari, pregate per me!
”**

Elaine, la giovane fanciulla che ha ispirato la fervida mente di numerosi pittori preraffelliti e la penna di lord Alfred Tennyson, ci viene descritta come la fanciulla in fiore della Britannia, la fanciulla giglio e la vergine della luna.
Ella incontra Lancillotto poiché egli verrà ospitato ad Astolat, nella casa di suo padre, mentre è diretto a Winchester, dove Re Artù ha indetto un torneo.
Appena scorge Lancillotto cade preda d’amore per lui, e gli offre come pegno da indossare sull’armatura una manica rosso vermiglio tempestata di perle.
L’eroe accetta, poiché ha intenzione di presentarsi al torneo sotto mentite spoglie per combattere contro i cavalieri della fazione di Artù, ed è convinto che così non sarà mai riconosciuto, lui che mai ha portato pegno di damigella.
Durante i giochi, tuttavia, Lancillotto rimane ferito ed è grazie alle cure della dolce e volitiva Elaine, che lo raggiunge nella casa dell’eremita dove viene portato in seguito al torneo, che guarisce e torna in forza.
Elaine è quindi una sorta di guaritrice che conosce le proprietà delle erbe.
Malory ci dice infatti che è lei stessa a cogliere le erbe con le quali preparerà bagni curativi a Lancillotto.
Elaine, sempre rinchiusa nel suo castello a filare e sognare, è dotta ed istruita.

Elaine sa ciò che vuole, ed è disposta a tutto pur di ottenerlo.
Quando Lancillotto rifiuta di sposarla lei gli chiede la grazia di essere almeno sua amante.
Quando anche questo viene rifiutato decide di morire e da tale decisione non tornerà più indietro.
Elaine inizia ad agire quando, innamoratasi di Lancillotto, prende coscienza di sé.
E lo fa anche a proprio discapito.
È la ribellione, l’anima della vergine cacciatrice che viene alla luce.

I simboli a lei legati sono il giglio, il telaio ed il barcone funerario.
Il Giglio è simbolo di purezza, rappresenta la Dea nel suo aspetto virginale, ma allo stesso tempo è anche il simbolo della yoni, della fertilità.
I gigli la accompagnano anche dopo la morte, per sottolineare il suo stato divino.
Il telaio rappresenta il suo compito. Narrare, tramite gli arazzi, le storie della propria gente, trasmettendone il ricordo e quindi conservandolo.
Il barcone invece è un'usanza funeraria celtica. Si usava deporre i corpi al loro interno e lasciarli alle correnti. In questo modo si restituiva il corpo alla Grande Madre, l'acqua che è il grembo, che accoglie preparando alla rinascita.
L'acqua è un tramite tra i mondi.

Elaine è sempre costantemente divisa.
Tra il suo castello ed il mondo esterno. Tra l’amore e la morte, la sensualità e la spiritualità.
Opposti uniti in lei, la fragile e coraggiosa fanciulla giglio di Astolat.

“Ed oltre la pallida estensione del fiume
come un’audace veggente in estasi,
che contempli tutta la propria malasorte;
con un espressione vitrea,
guardò verso Camelot.
E sul finire del giorno
Mollò gli ormeggi e si distese:
l’ampio fiume la portò assai lontano,
la Signora di Shalott.
”

Lord Alfred Tennyson, The Lady of Shalott



Fonti

Storia di re Artù e dei suoi cavalieri, Sir Thomas Malory. Mondadori, Milano, 1996
I romanzi della tavola rotonda, Jacques Boulenger. Mondolibri, Milano
Simboli e riti delle donne celtiche, Sara Perini. Psiche 2, Torino, 2005


ValerieLeFay

giovedì 11 ottobre 2012

Morgana, la Signora della Mela

"Verità fu che Morgana, la sorella di re Artù, era molto esperta di incantesimi e di sortilegi e più di tutte le donne; e per il grande impegno che ci mise lasciò e abbandonò la comunità della gente e soggiornava giorno e notte in foreste profonde e presso le fonti, cosicchè molte persone, che erano molte nel paese, non dicevano che era una donna, ma la chiamavano Morgana la dea."
The Vulgate Cycle

Nella moltitudine di sembianze che assume, Morgana è la Dama del Lago che più rispecchia la festività di Samhain, il magico istante in cui ciò che è definito perde le sue forme, ciò che è apparenza si nasconde per mostrare una realtà diversa e gli opposti si incontrano e si rivelano per ciò che sono realmente: due parti complementari di un unico volto.

Nella letteratura arturiana, la sua figura conserva maggiormente, rispetto a quella delle altre Dame, il potere e l’indipendenza delle antiche Donne, coloro che portavano in sé la Conoscenza del mondo oltre le nebbie e che aiutavano gli uomini a compiere il loro Destino; e nonostante sia ricordata soprattutto nelle vesti di sorellastra di Artù, la sua origine pare essere molto più antica.

La prima opera in cui ella compare è il poemetto Vita Merlini di Geoffrey of Monmout, composto nel 1148 d.C. In queste pagine Morgana è descritta come la maggiore di Nove splendide sorelle che governano ad Avalon, una magica e misteriosa Isola in cui ogni frutto della terra nasce e cresce senza bisogno di cure, in cui giardini e frutteti sono fonti di perenne incantamento e nella quale si giunge per riposare e guarire, dopo aver abbandonato il mondo manifesto.
Morgana, la cui bellezza è pari soltanto a quella delle Fate dell’Altromondo, eccede in ogni Sapienza, e di tutte le Arti è Maestra. Sua è la conoscenza di ogni cura e di ogni veleno, delle erbe medicamentose e degli incantesimi che aiutano le Anime a purificarsi e a rigenerarsi, e non le è oscura nemmeno la capacità di mutare le proprie sembianze, grazie alla quale può alzarsi in volo e solcare le acque come un uccello, raggiungendo qualsiasi luogo in un solo istante.
In questo antico componimento, è lei che accoglie Artù morente sulla sua barca e lo conduce ad Avalon, dove sarà guarito dalle sue ferite. Tuttavia qui non vi sono particolari legami di parentela tra lei e il Re di Britannia. Egli vive nel mondo storico, in cui governa e compie le sue innumerevoli imprese, mentre Morgana vive sulla sua Isola, lontano dalla realtà comune, e rimane una figura autonoma, completa, intatta.
Questo particolare suggerisce che ella non sia solamente un personaggio delle saghe arturiane, ovvero la sorella, amata o odiata, di Artù, ma che originariamente fosse un’entità divina indipendente, una Dea antica e potente, parte integrante della mitologia celtica.

Questa ipotesi potrebbe essere confermata da alcune opere, in cui Morgana viene chiamata proprio “Dea” (Cfr. Sir Gawain e il Cavaliere Verde; The Vulgate Cycle) o “eterna Ninfa” (Cfr. Diu Crone), appellativi che mettono in luce la sua intima appartenenza alle dimensioni fatate, identificate con la magica Avalon, la Ynis Afallach, ovvero l’Isola del Meleto o Isola delle Mele; la dimora di Morgana, il suo Centro magico.
Simbolo stesso di Avalon, la Mela è in grado di curare o avvelenare, di guarire o uccidere. Essa è infatti nota per le sue buone proprietà curative, ma è meno conosciuta per la tossicità dei suoi semi, che se consumati in grande quantità (una tazza piena) possono intossicare gravemente e portare alla morte.
Come la Mela, anche Morgana possiede la capacità di portare la Vita così come la Morte. Ella è Guaritrice e Strega, tiene in una mano la luminosa Cura e nell’altra il Veleno. E come la Mela, che è il frutto della Dea della Terra e ne racchiude i tre colori sacri, ovvero il bianco, il rosso e il nero, così anche Morgana è una delle Sue personificazioni, uno dei volti della Sovranità.

Ella rappresenta la Sfidatrice, Colei che mette alla prova i Cavalieri per forgiarli e per misurarne le abilità.
Tra le sue Arti figura anche la preparazione di un magico e misterioso unguento in grado di guarire malati e feriti (Cfr. Erec e Enide e Ivano di Chrétien de Troyes) e la capacità di trasformarsi in tutto ciò che ella desideri, anche se le forme che predilige sono quelle di una Vecchia, per lanciare le sue mortali sfide e i suoi Giochi Perigliosi (Cfr. Sir Gawain e il cavaliere Verde), e di un Corvo (Cfr. Didot Perceval), probabilmente il suo animale totemico che la rappresenta sotto tutti gli aspetti.
Questa duplicità luminosa/oscura e il potere magico che ne scaturisce, se nel mondo antico erano considerati sacri e naturali, con l’affermarsi delle religioni patriarcali e dell’epoca medioevale iniziarono a diventare ambigui e malvisti; allo stesso modo Morgana, che ne era portatrice, iniziò lentamente a perdere la sua luminosità ed i tratti divini originari e venne trasformata, da Fata saggia e meravigliosa che era, a fattucchiera e meschina incantatrice.


Fu La Morte D’Arthur di Sir Thomas Malory a segnare il suo destino.
In quest’opera, infatti, Morgana è designata come una creatura abbietta e malvagia che trama costantemente per nuocere al suo fratellastro Artù e per ostacolarne la vita, mettendolo spesso in pericolo e sfidandolo con l’abilità delle sue arti magiche.
Secondo alcuni studiosi questa trasformazione potrebbe essersi verificata perchè la figura di Morgana, così legata alla sfera divina e pregna di potere femminile indipendente e autonomo, non poteva in alcun modo rientrare in racconti di puro stile medievale, in cui la donna doveva essere in ogni caso dimessa e sempre legata ad un uomo, a meno di non renderla in qualche modo biasimabile, smorzandone le doti e le buone e sagge qualità per enfatizzarne il lato oscuro. In questa luce Morgana rimase una donna indipendente, ma divenne allo stesso tempo una figura ambigua e apparentemente cattiva, conoscitrice di pericolosi sortilegi e detentrice di conoscenze diaboliche.

Solo recentemente questa Dama è stata ripresa nel romanzo Le Nebbie di Avalon, di Marion Zimmer Bradley, il quale, nonostante non rientri nella classica letteratura arturiana medioevale, è comunque molto importante. Esso ripropone una Morgana dallo spirito dolce e luminoso, seguace e potente sacerdotessa dell’antica Dea Madre, che nonostante viva ad Avalon, viaggia anche nel mondo degli uomini e partecipa alla vita della corte di Artù e dei suoi Cavalieri. In questo testo ella riacquista parte del suo antico potere, ma ciò che traspare maggiormente è la sua umanità, i suoi puri e umani sentimenti, le gioie e le difficoltà di chi vive nella realtà comune, seppur conservi in sé la l’Amore per Avalon. Morgana, infatti, è centrata in Avalon.
La sua mente è rivolta ad Avalon, il suo cuore è pregno di Avalon e la sua Anima riflette le magiche opalescenze dell’Isola Sacra, la sua brezza, il canto delle belle fronde dei meli, il profumo dei frutti maturi…
Morgana rispecchia Avalon, ma la sua presenza si estende nel mondo manifesto, nel quale ella diventa sorella di Artù e sua Sfidatrice, amante e acerrima nemica. Muovendosi tra Avalon e il mondo terreno, ella porta Avalon nel mondo ed intreccia i due reami, racchiudendoli entrambi nella sua duplice Essenza.

L’etimologia del suo nome è molto discussa. Alcuni studiosi lo fanno risalire a “Muir (o Mor) gena”, ovvero “nata dal mare”, o “figlia del mare”, mentre altri ritengono sia generato da “Mor rigan”, che significa “Grande Regina”, e che la stessa Morgana sia una delle rappresentazioni della Triplice Dea guerriera Morrigan, con la quale condivide alcuni simboli.
La prima ipotesi collegherebbe la Dama al mare, come Dea e Figlia delle acque e della bianca spuma. Esistono alcune leggende bretoni, a questo proposito, che raccontano di quanto Morgana amasse errare solitaria lungo i laghi, i fiumi e le terrose spiagge lambite dalle onde. Ella era padrona di un misterioso castello, nascosto in fondo al mare, e il suo nome sopravvisse a lungo in Bretagna, dove gli spiriti marini vengono tuttora chiamati “morgan”.
L’analogia di Morgana con Morrigan, invece, spiegherebbe i suoi simboli, ovvero il Corvo e il Guado, oltre al suo ruolo di Sfidatrice dei guerrieri; tutte caratteristiche che la stessa Dea celtica possiede.
Le sfide ed i giochi istituiti da Morgana, come quello del Taglio della Testa del Sir Gawain e il Cavaliere Verde, sono tutti estremamente pericolosi. Molti sono i trabocchetti e gli inganni che ella concepisce e mette in atto, ma solo i migliori Cavalieri riescono a vincere e a proseguire nel loro Cammino verso la loro realizzazione, conquistando il favore e il premio della Dama. Coloro che, invece, non superano le prove sono destinati a soccombere, incontrando la morte o l’umiliazione. Anche in questo, Morgana dimostra la sua duplice natura, luminosa ed oscura, e la sua capacità di far vivere o morire.

Ella è simbolicamente legata al Corvo, del quale ama assumere le sembianze, poiché la sua intima natura ne rispecchia le qualità. Esso, infatti, è un predatore che uccide, e quindi muta la vita in morte, ma al contempo è un divoratore di carogne che ripulisce la terra e rigenera ciò che è morto, trasformandolo in nutrimento e mutando, così, la morte in vita.

Morgana incarna la Trasformazione, il Passaggio, la fine del Ciclo vecchio e l’inizio di quello nuovo, ovvero la purificazione da uno stato d’essere precedente grazie alla quale è possibile accedere a quello successivo.
Ella pratica la trasmutazione della materia, eleva ciò che è grezzo affinandolo e rendendolo pulito e lucente.
Lava via la sporcizia, monda e purifica dal dolore fisico e spirituale, trasformandolo in nuova energia creativa.
Per questo può essere simbolicamente associata alla misteriosa Lavandaia al Guado, Colei che, tetra, lava le vesti impregnate di sangue in riva ai fiumi e che si dice si faccia vedere solo da coloro che sono prossimi alla morte. Come la Lavandaia, Morgana pulisce e trasforma, strofina e immerge ripetutamente nelle acque rigeneranti, ma al contempo annuncia il momento del Passaggio. Ella è una Dama attiva poiché compie attivamente il mutamento.

Anche il Guado, nei pressi del quale appare la Lavandaia, e nel quale la Morrigan si era unita al Dagda, è un simbolo di Morgana. Secondo la letteratura gallese, infatti, ella vi aveva concepito Owain, suo figlio e valoroso Cavaliere della Tavola Rotonda (Cfr. Tryoedd Ynis Prydain, Pen. 147). Esso rappresenta il Confine tra due le dimensioni, tra la Vita e la Morte, luogo e testimone dell’incontrarsi ed intrecciarsi degli opposti, sempre perennemente attratti eppure eternamente in lotta. Nelle sue vicinanze l’eco dell’Altromondo risuona nitido e raggiunge la realtà comune, e strane figure appaiono misteriosamente per portare nuove consapevolezze e infinita Saggezza.

Morgana è colei che sosta al Guado e la nera Signora dei Corvi.
È la splendente Dea della Mela dal duplice potere e dalle duplici sembianze; la bellissima Fata custode di tutti gli Incantesimi, che si nasconde agli uomini per rifugiarsi nella sua dimora segreta nel folto della foresta, dove pratica la sua antica Magia e tesse amabilmente i suoi arcani Disegni.

Da qui il suo nome, “Morgana La Fata”. La splendida creatrice di Destini: il Fato.
Ella rappresenta la terribile Sfidatrice dal volto rugoso, l’Iniziatrice dalle vesti nere come la notte di novilunio.
Quando giunge con la sua barca scura, accarezzando le acque e infrangendo le nebbie, ella è la Conduttrice verso i regni sottili, Colei che accoglie tra le sue braccia il Grande Re morente per riportarlo ad Avalon.
E oltre le soglie di Avalon ella è la Guaritrice; l’oscura Dama delle Tenebre e, al contempo, la luminosa Signora della Rigenerazione. Attraverso di lei lo Spirito si prepara ad una nuova Vita, poiché ella è la Levatrice dell’Anima, e Colei che è fonte di riposo, nella lieta pace dell’Altromondo.

Come viaggiatrice tra i due mondi e Dama che si può incontrare al Guado, o in altri luoghi di confine, Morgana presiede a Samhain, la festa che la rappresenta per la vicinanza delle due dimensioni.
Durante questo magico momento, le barriere tra il regno terreno e quello spirituale si assottigliano e diventano veli perlacei che lasciano trapelare la luminescenza di una realtà diversa, celata oltre il visibile. La nebbia si alza spessa dalla terra umida, avvolgendoci come un manto e affinando il nostro profondo sentire.
Ciò che è morto attraversa il confine e raggiunge le sponde dell’Altromondo e il nostro cuore è più che mai rivolto all’eterea percezione dell’Incanto, all’ascolto di ciò che non è udibile da orecchie umane.
Morgana sussurra il Silenzio e ci conduce nell’Ignoto, senza svelare cosa in esso ci attende.

Ella porta il Cambiamento e chiude un ciclo per dare inizio a quello successivo, viaggiando in entrambi e custodendoli nella memoria dello Spirito.

"(…)Pei poteri di Morgana la Fata,
che vive nel mio castello
e l'abilità sua in magia nell'arti
che ha ben imparato.
Dei poteri di Merlino molti ne ha presi
ché in passato ha trascorso stagioni d'amore con quel dotto eccellente come sanno i cavalieri di Artù.
Morgana la Dea
dunque è il suo nome.
Nessuno ha tanto orgoglio
che ella non possa umiliare.
"

Sir Gawain e il Cavaliere Verde, di Anonimo. Adelphi

-Il Tempio della Ninfa
 

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